Nessun dorma
L'industria del sonno
di Maria Alessandra Panzera
Dilegua, o notte! Tramontate, stelle!
All’alba vincerò, vincerò, vincerò
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Inizia così il momento esatto in cui sempre più persone si mettono a letto a fissare il soffitto nella speranza di farcela. Di vincere. O anche solo di riuscire a dormire.
Poi, ci giriamo e rigiriamo nelle coperte, tra un pensiero e l’altro, allunghiamo il braccio e afferriamo sul comodino proprio lui: il telefono – rimandando quel momento un po’ più in là
Non so quante ore a notte dormisse Giacomo Puccini quando compose “Nessun Dorma”, circa cento anni fa, ma ho la sensazione che fossero più di quante ne dormiamo noi oggi.
Una società deprivata dal sonno: Non ci serve una wake-up call, ma dormire bene
In effetti, come ricostruisce Antonio Russo in un articolo pubblicato su Il Post, la riduzione del tempo dedicato al sonno è un segno tra i più significativi della trasformazione della contemporaneità. “Forse, mai prima d’ora ci era capitato di rimanere abitualmente svegli così tante ore al giorno”, scrive Russo.
Tra gli studi da lui citati, quello condotto da Lisa Matricciani, ricercatrice all’Università dell’Australia Meridionale, riguardante l’evoluzione dei disturbi del sonno, ha rivelato che “dal 1905 al 2008 la popolazione mondiale ha progressivamente ridotto di anno in anno il tempo dedicato a dormire”.
Basti pensare che, “in piena Seconda Guerra Mondiale, la media di riposo globale era di otto ore a notte”, mentre “oggi siamo scesi a 6,8 ore”. In sostanza, i nostri bisnonni rimandavano la sveglia molto più spesso di quanto non facciamo noi oggi.
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Ma perché dormiamo meno?
I problemi di sonno sono comuni. Anzi, non dormire a sufficienza sembra essere una vera e propria epidemia di salute pubblica del mondo occidentale. In Europa, l’insonnia grave colpisce tra il 4 e il 22 per cento della popolazione. In Italia, una persona su quattro. Negli Stati Uniti, più della maggioranza (69%) della popolazione dichiara di non dormire abbastanza e il 31% dorme meno di sei ore a notte.
A ciò si aggiunge che il lockdown per l’epidemia da Coronavirus avrebbe alterato i nostri ritmi di sonno abituali. Lo indicano alcuni risultati sui picchi di ricerca online nel 2020, in cui compare spesso la domanda: “perché non riusciamo a dormire durante la quarantena?”, come mostra il New York Times.
La letteratura scientifica ha ormai ampiamente evidenziato come i disturbi del sonno possano avere effetti significativi sulla salute. Praticamente, sul rischio di sviluppare qualsiasi terribile malattia immaginabile.
“Siamo una società deprivata del sonno,” ha dichiarato all’Atlantic il dottor Neil Feinsilver, ricercatore nel campo della medicina del sonno. “Sappiamo con certezza che la privazione del sonno porta a depressione, ipertensione, aumento di peso, malattie cardiache e probabilmente mortalità.”
Per diverse fonti, problemi prolungati col dormire contribuiscono anche allo sviluppo o al peggioramento di condizioni come diabete, indebolimento del sistema immunitario e pesano negativamente sulla longevità, con un più alto rischio di infarto e Alzheimer. Al contempo, la qualità del sonno incide anche su umore e problemi di salute mentale, con preoccupazioni circa le conseguenze su depressione e disturbo bipolare.
Ma non si tratta soltanto di elencare potenziali criticità, perché gli effetti della mancanza di un riposo sufficiente sono tangibili anche nella vita quotidiana. Dimenticare dettagli, perdere il filo del discorso, rileggere più volte la stessa frase, fare piccoli errori. Sentirsi vulnerabili quando si devono prendere decisioni banali, rispondere in modo irritato. Penso che tutti sappiamo come ci si senta – e su alcuni di noi si vede, pure (a proposito, se sapete di un buon correttore per occhiaie, fatemi sapere).
Correttore a parte, però, sarebbe utile non limitarsi solo a coprire i segni e provare a guardare le cause. La crescente carenza di sonno nei paesi occidentali potrebbe essere legata a una combinazione di fattori: cattive abitudini poco compatibili con il riposo, alterazioni dei meccanismi fisiologici che regolano il sonno e la presenza di patologie concomitanti o più fattori simultanei. A ciò, si aggiungono stress, burnout, pressioni socio-economiche e turbolenza politica che possono, effettivamente, influire negativamente sul problema.
In questo articolo, ci concentriamo innanzitutto sul primo fattore: le cattive abitudini. Ma non lo facciamo inquadrando la questione come una colpa individuale – come concedersi il caffè del pomeriggio o il cocktail alcolico a cena, andare a letto sempre a orari differenti e mangiare poco prima di dormire – anche perché, forse, arriviamo già tardi, per oggi. Piuttosto, cercherei di capire come possiamo organizzarci collettivamente per far fronte a questa situazione.
Quindi, porterei l’attenzione su quello che ritengo essere un tema centrale, seppur ancora poco discusso pubblicamente: il ruolo degli smartphone.
In un articolo del New York Times, Dani Blum scrive proprio che, quando è stato chiesto aiuto ad alcuni esperti per dormire meglio, la loro risposta è stata: mettere giù il telefono.
Questo perché, innanzitutto, utilizzarlo espone gli occhi alla “luce blu” degli schermi – acerrima nemica della nostra vita di cui più o meno tutti abbiamo sentito parlare – che ritarda la produzione di melatonina; in secondo luogo, la stimolazione eccitante dello scrolling ci mantiene in uno stato di allerta e mentalmente attivi, anche una volta spento il cellulare.
Ma questo è il prezzo da pagare per riempire ogni momento di noia con gratificazione immediata, tenendoci incollati – specialmente quando posare il telefono significa restare da soli con i propri pensieri, anche quelli più faticosi.
Ancora più faticoso però, sembra riuscire a smettere. Gli smartphone creano forte dipendenza, spiega l’Economist.
Quindi, a mio avviso potrebbe essere utile partire proprio da qui: riconoscendo che questa pratica interferisce con il sonno, rendendo più difficile addormentarsi e peggiorando la qualità del riposo, in modo da iniziare a occuparcene. Anche perché, ci riguarda tutti, eppure ne parliamo poco apertamente.
Provate a chiedere a un’amica, collega o parente come ha dormito. Difficilmente qualcuno risponderà: “Sono rimasto a scrollare fino a notte fonda, entrando persino nei meandri di Youtube Shorts o giocando a Sudoku online”. Eppure, non sarebbe uno scenario così bizzarro.
Adolescenti: Quando la notte vola, ma a causa del doom-scrolling
Tuttavia, se Il problema riguarda tutti, non incide su tutti allo stesso modo: colpirebbe con particolare intensità le persone adolescenti. Una ricerca pubblicata sulla rivista Sleep, che ha confermato la relazione negativa tra uso eccessivo dello smartphone e qualità del sonno, ha sottolineato che le popolazioni più giovani risultano essere tra le più vulnerabili.
Un altro studio pubblicato nel maggio 2026 condotto da Jason Nagata, dell’Università della California a San Francisco, è stato particolarmente rivelatore. Come riporta il Washington Post, i dati ottenuti mostrano che gli adolescenti americani trascorrono in media più di 50 minuti sui loro smartphone tra le 22:00 e le 6:00 durante le notti scolastiche. La metà di loro usa il telefono tra mezzanotte e le 4 del mattino, una finestra critica in cui sarebbe meglio dormire.
La ricerca ha utilizzato un’app installata sui telefoni dei 657 adolescenti, con un’età media di 15 anni, per tracciare i loro pattern di utilizzo. Un metodo molto più accurato rispetto alle precedenti ricerche basate sull’auto-dichiarazione. La maggior parte del tempo notturno viene trascorsa su app di social media come YouTube, Instagram e TikTok, o su piattaforme di streaming e giochi come Roblox o Clash Royale.
“Vedere il sonno sostituito dallo scrolling è particolarmente preoccupante: sappiamo che i social media sono associati a rischi più elevati di sviluppare depressione, ansia, problemi di attenzione e possono impattare le prestazioni accademiche e cognitive. Il sonno è essenziale per lo sviluppo cerebrale degli adolescenti”. afferma Nagata.
Sleep consiglia interventi che dovrebbero aumentare la consapevolezza sui limiti all’utilizzo dei dispositivi nelle ore serali e campagne educative che possano promuovere abitudini più sane nell’uso dello smartphone. Simili iniziative potrebbero rappresentare un punto di partenza importante per riconoscere la questione non solo come un problema individuale, ma come un tema di rilevanza sociale, educativa e potenzialmente regolamentare, come abbiamo visto succedere recentemente in Australia – prima nazione a vietare i social media ai minori di sedici anni – con altri paesi, come Gran Bretagna, Francia e Spagna, che sembrano pronti a seguire.
Per Nagata, invece, la soluzione è ancora più semplice: rimuovere gli schermi dalla camera da letto. Ma proprio qui comincia la parte più difficile, per giovani e adulti: che sia per la forte dipendenza, la sveglia, la paura di essere irreperibili o le stesse tecnologie di tracciamento del sonno. Ironia della sorte, infatti, molte persone si rivolgono proprio ai dispositivi per cercare aiuto. Dalle musichette rilassanti, meditazioni guidate, sleep tracker e app che registrano il tuo respiro (o russìo) – tutto ciò è diventato un trend in espansione grazie al “risveglio dell’industria tech del sonno”.
Ma prima di affrontare l’attuale boom di tale industria, occorre ricostruire come il riposo si è trasformato nel tempo, fino a diventare un problema pubblico, sociale, medico e commerciale.
Come dormivamo prima: Una storia del sonno
Innanzitutto, non abbiamo sempre dormito allo stesso modo.
L’idea di un blocco unico di sonno ininterrotto sembrerebbe essere una creazione recente. In modo particolare, lo spiegano il Post e il Guardian – riferendosi al lavoro dello storico americano Roger Ekirch, che ha dedicato anni di ricerca su “atti giudiziari, trattati scientifici, articoli di giornale e corrispondenze” epistolari risalenti a un periodo compreso tra l‘Alto Medioevo e la Rivoluzione industriale, fino a una scoperta straordinaria presentata nel libro “At Day’s Close: A History of Nighttime” (2005): prima della metà dell’Ottocento, nel mondo Occidentale, il sonno era prevalentemente bifasico.
Le persone avevano un “primo sonno” e poi un “secondo sonno”. Ritirandosi intorno alle 21:00 o 22:00, “dormivano fino a mezzanotte o l’una, poi si alzavano per un’ora o due” – per dedicarsi “alla preghiera”, “allo studio” o ai “lavori domestici”, “come controllare gli animali nella fattoria” e “sistemare la legna nel camino” – e infine tornavano a dormire fino al mattino. Ekirch ha trovato riferimenti a questa pratica “in circa 30 lingue”: “primo somno” in latino, “premier sommeil” in francese, “primo sonno” in italiano.
È importante notare, tuttavia, che il sonno in due fasi è stato a lungo una pratica comune perché si inseriva nei ritmi del lavoro agricolo e artigianale allora prevalenti, come ricostruisce il New York Times, a partire dal lavoro di Benjamin Reiss, “Wild Nights: How Taming Sleep Created Our Restless World” (2017).
Anche l’ipotesi di Ekirch ripresa dalle due testate è che, dopo la Rivoluzione industriale, il sonno bifasico abbia smesso di essere un’abitudine diffusa: l’illuminazione artificiale avrebbe, infatti, permesso “alle persone di rimanere sveglie più a lungo e andare a dormire più tardi”, determinando una compressione del sonno.

La questione, però, non riguarda solo l’illuminazione artificiale in sé, poiché con l’industrializzazione cambiò anche il modo in cui il tempo veniva organizzato socialmente, ricostituito da ritmi orientati a una nuova disciplina della misurazione precisa delle ore, del turno, dell’entrata e all’uscita dalla fabbrica. Fu soprattutto con la diffusione del lavoro in fabbrica che i lavoratori iniziarono a riservare in modo più rigido una parte della notte al riposo, come chiarisce il Time. All’inizio dell’età industriale, infatti, fabbriche funzionavano per orari estremamente estesi e, in alcuni casi, su cicli continui diurni e notturni, richiedendo necessariamente la concentrazione del sonno in un margine delimitato.
L’inglese E.P. Thompson, nel suo celebre saggio “Time, Work-discipline, and Industrial Capitalism” (1967, p. 85), scrive che già nel Settecento si stava entrando nel paesaggio della disciplina temporale propria del capitalismo industriale; e con l’imposizione di una nuova organizzazione del tempo e del lavoro, osserva Thompson, i lavoratori cominciarono a lottare “non contro il tempo, ma per il tempo”.
Già verso la fine del diciottesimo secolo, in Inghilterra, ci furono le prime conquiste per la giornata lavorativa da 10 ore, attraverso le pressioni del movimento operaio, e le prime legislazioni sul lavoro. Arrivando, più tardi, al riconoscimento internazionale della giornata di otto ore da parte dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro nel 1919.
La normalizzazione del sonno come lo conosciamo oggi va, quindi, letta anche dentro questa cornice storica.
“Towering Inferno” (1995) di Rut Blees Luxemburg, anche quest’opera è stata esposta alla mostra “24/7: A Wake-Up Call for Our Non-Stop World.
Tuttavia, la questione rimane controversa. Uno studio del 2015, ripreso da l’Economist, ha esaminato tre gruppi che mantengono stili di vita pre-industriali e pre-agricoli in Tanzania, Namibia e Bolivia, per verificare se i loro pattern di sonno differissero da quelli della società “connessa” e urbana: con una certa sorpresa, hanno scoperto che per molti aspetti non differiscono affatto.
Inoltre, come nota Helen Thomson, “l’insonnia è sempre esistita. L’insopportabile desiderio di dormire è stato descritto dagli antichi greci, da Shakespeare e da Goethe.”
Che l’ossessione con il sonno sia, allora, una recente preoccupazione delle società occidentali?
Oggi, il tema è sulla bocca di tutti. Continuiamo a parlare di quanto dormire sia utile o di quanto non lo facciamo abbastanza. Non smettiamo di chiederci da dove derivino i problemi sul sonno, quante ore sia meglio dormire.
Abbiamo appena passato l’età dell’oro della scienza del sonno, eppure, fino a poco tempo fa, il motivo stesso per cui dormiamo restava un mistero a cui non era ancora stata trovata una spiegazione adeguata.
La nostra preoccupazione viene attribuita proprio alla crescente consapevolezza in materia. E con un crescente interesse, come molti altri aspetti della nostra vita, anche il sonno è ormai diventato una merce.
L’Eterno riposo dona a noi, o sleep tracker
Quando Rovazzi è comparso nella pubblicità di un integratore per dormire, a me sconosciuto fino ad allora, la prima cosa che ho pensato è stata che dietro dovesse esserci un investimento importante. La seconda è che, in fondo, non c’era nulla di così sorprendente.
L’industria del sonno è esplosa. Mi basta entrare in metropolitana alle otto del mattino per trovare, tra un cartellone e l’altro, promozioni di pillole, cuscini, materassi e vari rimedi per dormire meglio.
Una pletora di prodotti – che spaziano dalla tecnologia agli articoli per la casa ed esperienze benessere – progettati per offrire soluzioni a una popolazione che desidera sempre più riposare, dando vita a un mercato globale che già nel 2024 valeva 585 miliardi di dollari.
Secondo un rapporto del Central Diseases Control and Prevention, menzionato dal New York Times, un adulto americano su otto assume regolarmente qualche tipo di aiuto per addormentarsi. Poi c’è il turismo del sonno, con hotel di lusso che offrono pacchetti personalizzati e un numero crescente di persone che va in vacanza sempre più per dormire bene e sempre meno per fare altre attività (shopping, uscire la sera o vedere animali selvatici).
Ma le evidenze scientifiche dietro molti di questi prodotti rimangono opache.
Su questo tema, in un articolo ripreso dall’Internazionale, Helen Thomson precisa che il segreto per sentirsi riposati potrebbe avere poco a che fare con la quantità effettiva di sonno e più con la nostra percezione. Seguendo i risultati di una ricerca del 2025 dell’Università della California, Thomson scrive: “Il modo in cui pensiamo al sonno è più importante delle ore che dormiamo”. E ancora: “Credere di essere ben riposati può bastare a ottenere i benefici mentali e fisici di un sonno ristoratore”.
Lo stesso è sostenuto dalla dottoressa Nicole Tang dell’Università di Warwick, citata da Thomson, e che ha notato come le persone, quando valutano il sonno, “non parlano solo del riposo effettivo, ma anche di come si sono sentite il giorno prima o la mattina dopo”. In sostanza, la nostra impressione sulla qualità del sonno non si basa tanto ciò che succede veramente durante la notte, ma anche da altri fattori: “dal livello di attività fisica, dall’umore, dalle capacità sociali e dalla lucidità mentale” che abbiamo dopo.
In questa cornice, si inserisce l’industria del sonno e, in particolare, quella degli sleep tracker, strumenti nati per misurare il riposo, che potrebbero finire per orientare anche la nostra percezione del sonno stesso. Non sarebbe un meccanismo così insolito: sempre Thomson spiega che, secondo alcune ricerche sull’effetto placebo, ci sono prove concrete che il semplice fatto di credere che qualcosa possa farci sentire meglio è in grado di produrre cambiamenti fisiologici misurabili.
Il mercato di questi dispositivi, nel Nord America è stato valutato 9 miliardi di dollari nel 2023, da parte della Camera del Commercio degli Stati Uniti.
Per l’Economist, i colossi del tech come Google, Samsung, Huawei e Apple sono entrati a vario titolo nel mercato del sonno digitale investendo in nuovi accessori per i propri gadget.
Persino il telefono ha una “modalità riposo”.
Sembra un paradosso, dove la stessa industria che ci mette in mano gli schermi che disturbano il sonno ci offre modi per monitorarne le conseguenze. E l’ha notato anche Mia Ceran per Geopop, osservando come questo fenomeno può favorire l’insorgere dell’“ortosomnia”, ovvero un’attenzione compulsiva verso l’idea di dormire in modo impeccabile. Il tentativo di ottenere un risultato sempre migliore sull’app può così trasformare il riposo in un’altra prova da superare, aumentando l’ansia e compromettendo la qualità del riposo.
La Depoliticizzazione del Sonno
Credo che il rischio principale sia che proprio il sonno – l’ultima frontiera ancora intatta dalla produttività – da bisogno biologico fondamentale si sia trasformato in un’altra arena di performance individuale: la via verso la propria salvezza personale.
Come scrive Darian Leader, psicoanalista e autore, per il Guardian: “Con l’aspirazione a diventare ‘individui ben riposati’, assistiamo a una riformulazione totale dei problemi sociali come problemi individuali. Ciò che la nuova letteratura sul sonno sta portando avanti è una massiccia depoliticizzazione del sonno.”
Nell’articolo, Leader traccia un parallelo con gli anni ‘80 del thatcherismo, quando l’obiettivo era atomizzare le questioni sociali in questioni personali: essere disoccupati si trasformava in “non riuscire a trovare lavoro.” Le disuguaglianze sociali venivano presentate come fallimenti individuali, spostando la responsabilità dal governo all’individuo. Secondo lui, se oggi sei stressato, infelice o preoccupato: “questa volta il colpevole non è la depressione, ma la privazione del sonno. Così, ansia, tristezza e fallimento vengono presentati come conseguenza di un sonno non nutriente. Piuttosto che vedere l’insonnia come risultato di uno stato depressivo, la causalità viene invertita: siamo depressi perché non abbiamo dormito.”
Sempre Leader critica il bestseller “Why We Sleep” (2017) di Matthew Walker che “dividerebbe persino le persone in classi”, sostenendo che i cervelli di chi dorme bene esibiscono “razionalità”, mentre “chi dorme male sarà irrazionale e persino deviante”. I lavoratori sotto-riposati, ad esempio, sarebbero non solo meno produttivi, ma anche “più inclini a mentire”, essere “immorali” e “disfunzionali”.
Ma quanto del nostro tempo per dormire è realmente sotto il nostro controllo?
Ne parlavo con un’amica che lavora per uno di quei noti uffici di consulenza conosciuti più come un acronimo che per il nome esteso. Torna a casa dal lavoro la sera tardi: giusto il tempo per cucinare e lavare i piatti, che sarebbe già ora di dormire, secondo la quantità di sonno consigliata. Ma possiamo davvero biasimarla se, invece, sceglie di fare altro – qualsiasi altra cosa – pur di non vedere la propria giornata come una sequenza “lavoro, cena e riposo”?
In Italia, quasi un lavoratore su dieci ha lavorato in media almeno 49 ore a settimana nel 2023, cioè circa un giorno lavorativo in più rispetto all’orario settimanale standard. Il 30,9% lavorava abitualmente durante il fine settimana, una delle percentuali più alte dell’Unione Europea.
“Vuoi dormire? Nei tuoi sogni!”, mi verrebbe da dire.
Jennifer Senior, vincitrice di un premio Pulitzer, in un lungo reportage per l’Atlantic, scrive:
“Quando la conversazione sul sonno sposta l’onere sull’individuo eludiamo il fatto che sia il settore pubblico che quello privato stanno facendo ben poco per affrontare quella che è essenzialmente un’emergenza sanitaria nazionale.”
Un’emergenza che Senior allarga agli adolescenti, “che vivono in una nebbia perpetua di privazione, anche perché costretti ad alzarsi troppo presto per la scuola”, tanto che alcuni ricercatori avrebbero chiamato la loro condizione “jet lag sociale”, mentre in mano gli viene dato uno strumento che provoca dipendenza. “Il problema però riguarda anche gli adulti. perché madri e padri vivono nella stessa nebbia, costretti ad alzarsi troppo presto per i loro figli. Chi si prende cura di genitori anziani perde sonno. I malati cronici spesso non riescono a dormire. Lo stesso vale per coloro che soffrono di malattie mentali, donne in menopausa e perimenopausa e anziani”, aggiunge l’autrice.
Per lo psicologo Aric Prather, inoltre, “l’opportunità di sonno non è distribuita equamente nella popolazione”, suggerendo che questo contribuisca alle disparità di salute per classe sociale. Nel suo articolo, infatti, Senior evidenzia che nel 2020, il National Center for Health Statistics ha scoperto che più gli americani erano poveri, maggiore era la loro probabilità di riferire difficoltà ad addormentarsi, e che le comunità americane più private del sonno attraversano il Sud-Est e gli Appalachi, mentre gli americani neri e ispanici riferiscono costantemente di dormire meno, specialmente le donne nere.
Se si guarda l’Italia, “nel 60% dei casi le più colpite da disturbi del sonno sono le donne, mentre le medie regionali mostrano che “al Sud si dorme meno (6,6 ore in Puglia e Sicilia) rispetto al Nord, con la Val d’Aosta (7,5 ore) e Lombardia (7,3)”, che appaiono come le regioni più riposate.
La mancanza di sonno, in qualunque modo la si osservi, rappresenta un problema concreto nella nostra società.
Forse, quindi, la domanda da porsi non è “come posso dormire meglio?“ ma “perché viviamo in una società che ci impedisce di dormire?”.
Invece di continuare a fissare il soffitto preoccupandoci del nostro punteggio sullo sleep tracker, la cosa migliore da fare sarebbe: niente. Oppure, farci prendere dall’angoscia perché non abbiamo finito di lavare tutti quei piatti nel lavandino, chiederci chi siamo e perché siamo qui o “riflettere sui limiti del nostro presente – per immaginare insieme una società capace di riposare”, e “di restare in ascolto”, anche quando è faticoso.
Perché il tempo passato a dormire è tempo passato a sognare.
Maria Alessandra Panzera è una scrittrice e ricercatrice laureata in Giurisprudenza e Antropologia Culturale presso SOAS University of London, con un MSc alla London School of Economics. Il suo lavoro attraversa gli ambiti della divulgazione sociale e saggistica personale - con articoli, podcast, newsletter e interventi pubblici - della ricerca giuridica, e della progettazione sociale in contesti internazionali e del Terzo Settore, dove ha collaborato con Fondazione Giacomo Brodolini a Milano. Ha esperienza nella comunicazione istituzionale e anche come coordinatrice per movimenti dal basso, con particolare attenzione ai contesti locali, come membro di Milano Invisibile.






Bellissimo articolo, approfondito e pieno di spunti di riflessione. Ho apprezzato tantissimo l’audio! 🙏🏻 mi ha permesso di ascoltare subito anche se oggi non avevo un briciolo di tempo. E poi è stato bello ascoltare la voce di chi l’ha scritto, è come una dimostrazione in più della cura che ci hai messo :)
Bellissimo articolo, grazie per averlo pubblicato. E se poi il sonno non fosse una modalità percettiva ridotta, come si pensa di solito? E se fosse invece una modalità di percezione diversa o addirittura più estesa? Allora privandoci del sonno ci priveremmo anche di una esperienza intima fondamentale per noi.